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  • Comunicazione

    22 ott 2026

    L’industria culturale: cosa ci dicono i test sulla rappresentazione nel cinema

    "DiversE”, la rubrica sulla parità di genere, diversità, equità ed inclusione nell’innovazione

Ilaria Farnè

Ilaria Farnè

Film e serie tv contribuiscono a influenzare il modo in cui vediamo il mondo. Basta pensare a quante volte troviamo gli uomini nei ruoli di comando, le donne in ruolo di supporto e alcuni personaggi relegati sempre a semplici comparse. Quando le storie raccontano sempre le stesse persone allo stesso modo, gli stessi ruoli finiscono per sembrarci normali, alimentando e riproducendo costantemente stereotipi dannosi. Per rendere visibile questo tema sono nati strumenti che, in modo semplice, permettono di capire quanto un prodotto audiovisivo sia in realtà rappresentativo: una serie di test, con poche domande, per capire chi veramente è rappresentato in un film o in una serie tv.

Il più noto è nato dalla fumettista Alison Bechdel che, nel 1985, pubblicò una vignetta in cui il personaggio principale raccontava all’amica di andare al cinema solo quando il film rispettava tre condizioni: ci sono almeno due donne, parlano tra loro e l’argomento di conversazione non è un uomo. La vignetta intendeva criticare in maniera ironica la scarsa presenza di personaggi femminili significativi nei media, ma si è presto trasformata in un parametro, il Bechdel Test, per giudicare la rappresentatività di film, serie tv, videogiochi, fumetti e opere teatrali. Secondo i dati raccolti su bechdeltest.com, di 10.987 film catalogati tra quelli proiettati tra il 1875 e il 2026, solo il 57,5% rispetta tutte e tre le condizioni. 

Il test ha però un limite: superarlo non dice nulla sulla qualità del film o sul ruolo che le donne hanno nella storia. In Quei bravi ragazzi, ad esempio, è sufficiente la conversazione tra le mogli dei mafiosi su vestiti e scarpe per superarlo, anche se quelle donne servono solo come contorno alla storia dei mariti. Anche American Psycho e Hannibal lo superano, seppur nessuno li giudicherebbe come esempi di film che valorizzano le protagoniste femminili. Persino Scary Movie 3, un film parodia, lo supera nella scena iniziale, ma i due personaggi femminili sono costruiti sul classico stereotipo delle “bionde svampite”. All’opposto, Gravity, pur avendo una protagonista che con le sue scelte fa avanzare tutta la trama, lo fallisce perché in scena ci sono solo due personaggi e uno è un uomo. Anche Storia di un matrimonio lo fallisce perché racconta del divorzio di una sola coppia. Il test, infatti, conta quante volte compaiono certi dialoghi ma la qualità della rappresentazione non viene misurata.

Per questo motivo, negli anni, sono nate alcune alternative per misurare la presenza femminile nei media, concentrandosi sulla loro autonomia e sul loro contributo nella storia. Il Test di Mako Mori, proposto nel 2013, prende il nome dalla protagonista di Pacific Rim, un film che fallisce il Bechdel Test pur avendo un personaggio femminile forte con una storia complessa. Il criterio si concentra proprio su questo aspetto: la presenza di almeno una donna con un arco narrativo proprio, non subordinato a quello di un uomo. C’è poi il Test della lampada sexy proposto da Kelly Sue DeConnick, sceneggiatrice e autrice dei fumetti di Captain Marvel. Propone di togliere il personaggio femminile, mettere una lampada al suo posto e verificare se la storia regge comunque: se non cambia nulla, quel personaggio serviva solo da decorazione. Lo fallisce la serie dei film Taken, in cui la figlia aveva così poca personalità da poter essere sostituita con qualunque altro oggetto. A non passarlo ci sono anche Skyfall, Transformers e Colazione da Tiffany.

La rappresentazione non riguarda solo il genere. Il Test di DuVernay, introdotto nel 2016 dalla critica cinematografica Manohla Dargis, richiede che almeno due personaggi di colore, non legati da una storia d'amore, abbiano un nome, un arco narrativo complesso e dialoghi che non servano solo a sostenere un personaggio bianco. Lo superano Selma, Black Panther e Il colore viola. Il Test di Waithe, proposto da nel 2017 dall’attrice e sceneggiatrice Lena Waithe, unisce i test di Bechdel e DuVernay e richiede una donna nera in una posizione di potere e in una relazione sana, mentre Il Test di Riz si concentra sulla rappresentazione dei personaggi musulmani, spesso ritratti come colpevoli o vittime di terrorismo, arretrati e conservatori.

Per analizzare la rappresentazione delle persone LGBTQIA+ esiste il Test di Vito Russo, introdotto dall’associazione GLAAD. Per superarlo non basta che compaia un personaggio queer: deve avere una propria personalità, non essere definito soltanto dal suo orientamento sessuale o dalla sua identità di genere e avere un ruolo significativo nella trama. Dai dati analizzati da GLAAD, solo 1 film su 5 supera il test. Tra questi, The Imitation Game, Brokeback Mountain e Chiamami con il tuo nome.

La rappresentazione delle persone e dei ruoli nei media e nell’industria culturale hanno un impatto forte sul modo di pensare e sui comportamenti: i personaggi che vediamo, le storie raccontate e i ruoli che si ripetono condizionano il pubblico e creano schemi culturali persistenti nella società, nel bene e nel male. Se in un film le donne sono sempre quelle da salvare, le persone nere restano ai margini della storia e i personaggi omosessuali sono spesso inseriti solo per far ridere, i confini di ciò che ci riusciamo ad immaginare si restringono. I test sono utili ma misurare quello che è già stato prodotto non basta. Se dopo la valutazione non cambia nulla, restano un bell’esercizio senza effetti concreti. Hanno senso come primo passo per riconoscere gli schemi, ma per superarli serve uno sforzo ulteriore da parte di chi scrive e produce le storie, di ogni genere e tipo. Solo così può nascere un vero cambiamento culturale capace di rappresentare tutte le differenze.

 

Per approfondire: 

 

Rubriche DiversE è a cura di ART-ER - Claudia Ferrigno (coordinamento e proposta contenuti); Ilaria Farné (ricerca e redazione). Ideazione, grafica e contributi iniziali: Giusy Scaringi.