Ilaria Farnè
Nel 1962 lo scrittore polacco Isaac Bashevis Singer pubblicò il racconto “Yentl, lo studente della yeshivà”, la storia di una ragazza ebrea costretta a tagliarsi i capelli e a vestirsi da uomo per poter studiare il Talmud insieme ai suoi coetanei. È solo travestendosi da maschio che le viene permesso di conoscere il testo sacro.
Ispirata a questa storia, nel 1991, la cardiologa Bernardine Healy, prima donna a dirigere il National Institute of Health americano, prese in prestito il nome Yentl per descrivere un fenomeno che aveva osservato nel suo stesso reparto: la sistematica esclusione delle pazienti femmine dai percorsi di cura riservati agli uomini con gli stessi sintomi. Le donne erano ricoverate con più difficoltà, faticavano ad accedere agli esami diagnostici e ricevevano cure e diagnosi con gravi ritardi, prevalentemente non attente alle differenze di genere. Healy ha denominato questo fenomeno “sindrome di Yentl”, creando un’analogia tra il percorso della ragazza ebrea obbligata a comportarsi da uomo per avere gli stessi diritti e il fatto che le donne, per essere prese sul serio e curate correttamente, dovessero “somigliare" ai pazienti di sesso maschile nel mostrare i loro stessi sintomi classici.
Fino agli anni Novanta, infatti, i grandi studi clinici arruolavano un paziente-tipo molto preciso: quasi solo uomini bianchi di massimo 70 chili. Un modello pensato per eliminare ogni variabile di disturbo (sesso e genere compresi) per garantire risultati più puliti e semplici da interpretare. Non solo, le donne venivano escluse anche per un’altra ragione, apparentemente di buon senso: nel 1977 la statunitense Food and Drug Administration raccomandò di escludere dalle prime fasi della sperimentazione tutte le donne “in età fertile” per evitare potenziali ripercussioni sul feto qualora fossero rimaste incinte durante lo studio. Applicata alla lettera, però, questa cautela finì per escludere anche le donne che usavano contraccettivi, le donne single o quelle il cui marito avesse subito una vasectomia. Il risultato è stato che, per decenni, metà popolazione non ha contribuito alle prove su cui si fonda la medicina moderna.
Il caso più studiato della “sindrome di Yentl” resta quello cardiovascolare. Il dolore al petto che si irradia verso il braccio, spesso considerato il sintomo tipico dell’infarto, è in realtà più comune negli uomini: le donne, spesso, riscontrano dolore al collo, alla schiena, oppure solo affanno e ansia (che i medici spesso riconducono ad una causa psicologica prima che cardiaca). Le differenze riguardano anche i meccanismi biologici della malattia: nelle donne si compromettono più spesso i piccoli vasi del microcircolo, mentre negli uomini l’infarto è più di frequente causato da problemi alle grandi coronarie. Esistono poi patologie cardiovascolari che hanno mostrato finora una maggiore prevalenza nelle donne, come la sindrome di Tako-Tsubo* o la dissezione coronarica spontanea, rimaste per anni ai margini della ricerca medica proprio perché non rientravano nel modello del paziente considerato standard.
Dinamiche simili coinvolgono anche altri campi della medicina. In oncologia, il tumore del colon si manifesta nelle donne con qualche anno di ritardo rispetto agli uomini, un dato che richiederebbe l’estensione dello screening femminile oltre i settant’anni ma che raramente si traduce in una revisione effettiva dei protocolli ospedalieri. Il tumore del polmone, storicamente associato all’immagine dell’uomo fumatore, ha visto in realtà crescere drammaticamente la mortalità femminile negli ultimi anni. Non solo, il fumo sembrerebbe avere nella donna un potere cancerogeno persino più aggressivo, per ragioni che la ricerca non ha ancora chiarito del tutto. Lo stesso vale per l’ortopedia: la donna anziana ha un rischio due volte superiore di soffrire di artrosi all’anca e alle mani rispetto agli uomini. In neurologia, invece, il sesso femminile è di per sé considerato un fattore di rischio per l’Alzheimer. Un’altra questione riguarda la farmacologia: le donne sperimentano più spesso effetti collaterali avversi ai farmaci, ma la sperimentazione preclinica continua ad essere condotta soprattutto su animali maschi, anche i grandi trial clinici randomizzati restano sbilanciati verso i partecipanti uomini. Il problema emerge anche dai dati: un’analisi pubblicata dalla rivista scientifica Lancet ha stimato che tra il 1997 e il 2000 negli Stati Uniti sono stati ritirati dal mercato dieci farmaci perché potenzialmente letali e in otto casi su dieci lo erano per le donne.
In Italia qualcosa si è mosso, anche prima della legge del 2018 che obbliga l’orientamento al genere della medicina in tutte le sue applicazioni. Già nel 2012 il Parlamento aveva approvato all'unanimità una mozione sulla medicina di genere e l’anno successivo l’Università di Padova ha istituito la prima cattedra italiana dedicata alla materia, la seconda in Europa. Diverse Regioni, tra cui Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Toscana, Marche e Puglia, hanno inserito la medicina di genere nei propri piani sanitari, mentre le facoltà di medicina hanno iniziato, seppur con difficoltà, a introdurla nei corsi di laurea.
Nella pratica clinica quotidiana, però, il cambiamento sembra procedere più lentamente: uno studio condotto all’Istituto Cardiocentro Ticino in Svizzera mostra che, pur essendo le malattie cardiovascolari la prima causa di morte tra le donne, la quota di ricoveri e di diagnosi di infarto femminili resta stabilmente intorno al 30%, ben al di sotto di quanto la sola demografia farebbe attendere.
Il punto non è aumentare le distanze tra uomini e donne, ma riconoscere un limite che la medicina si porta dietro da decenni: ha studiato un solo modello di paziente standard - maschio, adulto, bianco (caucasico) e del peso approssimativo di 70 - applicando risultati a tutte le persone, indistintamente da genere, etnia, status socioeconomico, età, orientamento sessuale e provenienza geografica. Colmare questo divario e curare la sindrome di Yentl significa restituire accuratezza alla medicina, con più donne arruolate nei trial clinici e più ricerca sulle patologie che le riguardano in modo specifico, così che cure e diagnosi non dipendano dal sesso dei pazienti e delle pazienti. Si tratta, infine, agire sulla medicina personalizzata: spostare l'attenzione dal concetto che "una sola cura va bene per tutte le persone" a un trattamento “sartoriale”, calibrato sulle specifiche caratteristiche biologiche, genetiche, di provenienza e di contesto di vita del singolo individuo.
Per approfondire:
- Baggio, G. (2015). Dalla medicina di genere alla medicina genere-specifica. Italian Journal of Gender-Specific Medicine, 1(1), 3–5. https://doi.org/10.1723/2012.21900
- Baggio, G., Basili, S., & Lenzi, A. (2014). Medicina di genere: Una nuova sfida per la formazione del medico. Medicina e Chirurgia – Quaderni delle Conferenze Permanenti delle Facoltà di Medicina e Chirurgia, 62, 2778–2782. https://doi.org/10.4487/medchir2014-62-1
- Gasperino, J. (2011). Gender is a risk factor for lung cancer. Medical Hypotheses, 76(3), 328–331. https://doi.org/10.1016/j.mehy.2010.10.030
- Grego, S., Pasotti, E., Moccetti, T., & Maggioni, A. P. (2020). “Sex and gender medicine”: Il principio della medicina di genere. Giornale Italiano di Cardiologia, 21(8), 602–606. https://doi.org/10.1714/3405.33894
- National Institutes of Health, Office of Research on Women’s Health. (2024, April 24). History of women’s participation in clinical research. https://orwh.od.nih.gov/toolkit/recruitment/history
- Salmi, M. (2017). Medicina di genere: È legge in Italia. Italian Journal of Gender-Specific Medicine, 3(3), 89–91. https://doi.org/10.1723/2882.29055
- Ticchi, N. La mezza misura. Newsletter. https://lamezzamisura.com/
*La sindrome di Tako-Tsubo, detta anche “cardiomiopatia da stress” o “sindrome del cuore infranto”, è una forma acuta e transitoria di insufficienza cardiaca scatenata da un forte stress emotivo o fisico, che mima i sintomi di un infarto pur senza un’ostruzione delle coronarie.
Rubriche DiversE è a cura di ART-ER - Claudia Ferrigno (coordinamento e proposta contenuti); Ilaria Farné (ricerca e redazione). Ideazione, grafica e contributi iniziali: Giusy Scaringi.
