Ilaria Farnè
Il Rendiconto di Genere 2025 dell’INPS, presentato a Roma lo scorso 24 febbraio, offre una fotografia chiara della condizione femminile in Italia, rivelando un paradosso strutturale che penalizza le donne lungo l’intero arco della vita lavorativa e riguarda occupazione, salari, pensioni e vita familiare.
In Italia, le donne rappresentano il 51,1% della popolazione totale, il 52,6% delle persone diplomate e il 59,4% di chi raggiunge la laurea , eppure si scontrano con un mercato del lavoro che continua a tenerle ai margini. Il tasso di occupazione femminile si ferma al 53,3%, contro il 71,1% degli uomini, e solo il 42,2% delle assunzioni del 2024 ha riguardato lavoratrici. L’accesso al lavoro è ulteriormente segnato da un marcato precariato: nel 2024 solo il 36,7% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato ha riguardato donne, contro il 63,3% degli uomini. Al contrario, la presenza femminile è predominante nelle forme contrattuali più fragili, arrivando a costituire il 51,9% del lavoro dipendente con contratto a termine.
La differenza, infatti, non riguarda solo chi lavora, ma anche come si lavora e quanto si guadagna. Il divario retributivo nel settore privato supera complessivamente i 25 punti percentuali a svantaggio delle donne, manifestandosi con picchi drammatici del 40,2% nel settore immobiliare e del 34,2% per le attività tecniche e scientifiche.
Anche quando riescono a consolidare la propria posizione, le lavoratrici si scontrano con un soffitto di cristallo ancora estremamente solido, che limita la presenza femminile nei ruoli dirigenziali a un esiguo 21,8% e tra i quadri al 33,1%. La qualità dell’occupazione femminile è ulteriormente minata dal ricorso al part-time involontario, che per le donne ha una frequenza tripla rispetto agli uomini, colpendo il 13,7% delle lavoratrici contro il 4,6% dei colleghi maschi. La radice profonda di questa disparità affonda nello squilibrio dei carichi di cura familiare: nel 2024, le madri hanno usufruito di ben 15,4 milioni di giornate di congedo parentale, a fronte di appena 2,8 milioni di giornate utilizzate dai padri. Questa asimmetria, esacerbata da una rete di asili nido ancora distante dagli obiettivi europei, influisce sulle carriere femminili e si riflette inevitabilmente sull'età e la qualità della pensione. Le donne nel settore privato, infatti, giungono al termine della vita lavorativa con assegni pensionistici significativamente più bassi, percependo mediamente il 44,2% in meno rispetto agli uomini.
In sintesi, il Rendiconto di Genere 2025 va letto come strumento di consapevolezza e non solo come raccolta dati. I numeri mostrano che il divario non è occasionale, ma strutturale, e attraversa tutto il percorso lavorativo e di vita delle donne. Aumentare la partecipazione femminile e garantire condizioni di lavoro più eque è più di una questione di diritti. Come già evidenziato in altri articoli della nostra rubrica, riguarda piuttosto la qualità dell’occupazione e dell’intera economia del paese. Significa trattare la parità come un tema cruciale e agire per colmare il divario con interventi concreti e continui: lavoro stabile, parità salariale, servizi per l’infanzia adeguati, condivisione reale dei carichi di cura. Perché la parità non si produce da sola. Va costruita, con scelte chiare e responsabilità condivise.
